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CANOVA. Le molte vite

di Giancarlo Cunial

Non gli bastava mai il tempo...

Dixeme come se podaria far par no dormir tre ani”, diceva Canova all’amico Antonio D’Este quando arrivò a Roma, nel 1779.

Preso dal fuoco e dal desiderio di visitare templi, palazzi e collezioni, ogni mattina all’alba si svegliava e usciva a caccia di statue e monumenti. E quando si è trovato davanti al Cristo velato della Cappella Sansevero di Napoli è rimasto senza parole per alcuni minuti, come stordito, e poi ha scritto nel suo diario personale: “Darei dieci anni di vita pur di realizzare un’opera di eguale bellezza!”.

Questa sorta di incantamento per l’arte è un aspetto di Canova che si conosce poco. E andrebbe scoperto per capire meglio questo grande artista, finora conosciuto solo dalle sue lettere e dalle tante biografie scritte su di lui in questi due secoli dalla morte. Credo, anzi, che sia arrivato il momento di raccontare le molteplici vite di Canova perché non ne visse una soltanto, ma tante e diverse: la vita dell’artista, del diplomatico, dell’insegnante, del benefattore… 

Si sa per esempio che non riusciva a staccarsi dai suoi lavori e che anzi perdeva il sonno e non andava neppure a mangiare quando stava creando (teneva nella tasca del suo camiciotto da bottega dei pezzetti di pane che ogni tanto metteva in bocca e masticava lentamente).  Capitava, qualche sera, non ancora sazio di aver modellato per la giornata intera, prendeva la lampada a olio e girava al buio tra i suoi gessi, tra le argille appena abbozzate, i marmi quasi terminati e lasciava che la lingua della fiamma facesse emergere, con i giochi di luce e ombra, i movimenti misteriosi di quelle forme.  Si avvicinava ai volti e ne contemplava gli sguardi con la stessa passione di Pigmalione che si sarebbe innamorato di una statua da lui stesso scolpita, ottenendo da Afrodite che fosse trasformata in donna vivente.

L’approccio canoviano alle sculture sfiorava la maniacalità, l’ebbrezza sfrenata di tradurre l’invenzione in materia. La sua giornata nello studio di Roma non era risolta nel lavoro: piuttosto la voleva “consacrare interamente all’arte”. Il suo lavoro non gli dava solo piacere, era piuttosto una missione.

Targa all'esterno dello studio di Antonio Canova, in via San Giacomo a Roma

Lentamente sta emergendo la figura di Canova come sacerdote della bellezza capace di rinunciare ad ogni cosa ma non all’arte. Come ogni sacerdote, aveva in se qualcosa di “divino”, come lo definì Pietro Giordani: seguiva i suoi riti, sempre gli stessi  (alzarsi presto, farsi leggere i libri classici, modellare in silenzio, andare a teatro); ripeteva fedelmente i suoi metodi  (disegno, argilla, gesso, marmo, ultima mano), le sue creazioni divennero presto icone universali  (a chi pensiamo, ancora oggi, quando nominiamo Amore e Psiche o Le Tre Grazie?); le sue parole diventarono sentenze: “mi no odio nessun“; “i francesi tutti ladri? non tutti, sire, ma buona parte sì“…

John Jackson, Antonio Canova - 1919-1920, olio su tela, Yale Center for British Art, USA

E quando il dolore allo stomaco diventava insopportabile poiché fin dalla giovinezza l’uso smodato del trapano a violino appoggiato al petto gli aveva schiacciato il costato compromettendo l’ingestione del cibo, doveva fermarsi dal lavorare e mettersi a letto perché gli sembrava di morire – e morirà, infatti, per questo male ai visceri. 

In quei momenti, molti amici trepidavano per lui, martire per l’arte, e soffrivano con lui; mentre si rallegravano quando ritornava in salute, scrivendogli lettere beneaguranti, mandandogli biglietti di pronta guarigione, dedicandogli composizioni poetiche di felicitazioni.

C’era attorno a Canova, come a ogni sommo sacerdote si conviene, una schiera di fedeli, artisti, colleghi, intenditori, professori, collezionisti, e appassionati che si onoravano di essergli amici, che lo ospitavano in ogni città in cui si fermava, che gli chiedevano calchi dei suoi marmi, che acquistavano le incisioni delle sue opere, che erano orgogliosi di fargli il ritratto – più di cento ritratti di Canova sono stati finora censiti! – , che soffrivano quando veniva criticato, che , addirittura, lo consigliavano nella realizzazione delle sue opere o correggevano i suoi disegni progettuali.  E tutte queste persone accrescevano e diffondevano la fama di lui e delle sue statue.

Per non parlare dei potenti che Canova ha conosciuto, sia indirettamente (Washington, Caterina di Russia…) o personalmente (Giorgio IV d’Inghilterra, Napoleone Bonaparte, Gioachino Murat, Pio VII…): le molteplici sue missioni a Parigi, Napoli, Londra, Roma, Vienna ci presentano un artista abbastanza abile a muoversi nei meandri delle corti -che comunque non amava- e astuto nell’avanzare richieste, perorare cause, ottenere benefici. 

 

Si potrebbe continuare a parlare a lungo delle vite di Canova che ancora stentano ad essere conosciute nella loro complessità: di questo artista la gente di solito racconta aneddoti o ha approfondito eventi particolari come un gruppo scultoreo o una missione diplomatica, ma solitamente non ha una consapevolezza delle “vite” canoviane e neppure, mi pare, è portata ad apprezzare il valore universale della sua arte.  E’ la stessa cosa che è capitata a Dante, a Michelangelo e ad altri geni universali: li abbiamo lasciati nelle mani e negli studi degli esperti, degli specialisti ma la loro arte non è mai filtrata in modo convincente nel sapere popolare.  I geni attraggono ma non conquistano.

Sono convinto che questo gap tra apprezzamento e conoscenza sia dovuto anche -non solo, certo- agli strumenti finora usati nella diffusione della conoscenza: di solito noi conosciamo un artista attraverso la lettura di biografie, saggi critici, cataloghi ecc.  Su Canova, ad esempio, abbiamo una serie di grandiose biografie (Missirini, D’Este, Cicognara, Malamani ecc), quasi tutte nate a ridosso della morte dell’artista. Esse descrivono le diverse “vite” dell’artista, sono molto attendibili, ricchissime di particolari, corredate di documenti, niente da dire. Ma hanno due limiti: usano un linguaggio ottocentesco, talora lontanissimo dal nostro e… sono scritte.  Anche le biografie canoviane pubblicate recentemente -quella di Francesco Leone è forse la più completa- sono corpose e si offrono a un’epoca, come la nostra, in cui si legge poco. Forse è giunto il momento che le arti di oggi, e mi riferisco soprattutto al cinema e al graphic novel ma anche al racconto breve e al teatro, facciano da Pigmalione per Canova: sappiano dare, cioè, a questo artista spesso ingessato nelle poderose biografie del passato, una nuova vita.

 

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