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Aldo Tavella: poesie di vita

di Eva Schirato

Se ci si chiedesse qual è l’unico modo in cui un uomo possa lasciare traccia di sé, l’unica risposta valida a questa domanda sarebbe: “attraverso le opere che ha avuto la capacità di creare”. Se ci si chiedesse qual è l’unico modo in cui un uomo possa continuare a vivere anche dopo la sua morte, l’unica risposta valida a questa domanda sarebbe: “risvegliando ricordi e suscitando emozioni”. Aldo Tavella ha questa capacità, fu un Poeta nel senso nietzschiano del termine: capace di creare un proprio linguaggio, di esprimersi attraverso di esso, e di renderlo comprensibile e fruibile non solo ai suoi contemporanei ma anche ai posteri.

Ragazza con mazzo di fiori - 1953, olio su cartone (cm 110 x 110)

Il rosa, il rosso, l’azzurro, il blu e il verde, in tutte le loro sfumature più accese compongono un mazzo di fiori, che la ragazza con molta eleganza e con un pizzico di gelosia tiene delicatamente in grembo. Pur mantenendo una postura composta, sembra rilassarsi appoggiando i gomiti sugli ampi braccioli e la schiena sulla poltrona, mentre dalla porta alle sue spalle entra l’aria estiva che si profuma del bouquet di fiori appena colti.

L’opera trasmette un senso di tranquillità e benessere, l’armonia è resa attraverso una tavolozza in cui i colori tenui della ragazza e dello sfondo fanno da cornice a quelli più vividi ed accesi del mazzo di fiori. I toni della primavera si fanno metafora di un’età, la giovinezza, in cui ogni sentimento viene amplificato, in cui la fragilità di un animo non ancora adulto viene mascherata dallo sbocciare di nuove forme, in cui la realtà sembra non avere più limiti o confini ma solo spazi eternamente aperti i quali, come quella porta sullo sfondo, consentono l’accesso a nuove esperienze e nuove opportunità.

Il viso di questa Ragazza con mazzo di fiori, incorniciato da boccoli biondi che le cadono sulle spalle, è una vetrina di emozioni: gli occhi attenti e interessati, le guance arrossate, le labbra che sembrano annunciare un sorriso. Ogni elemento del dipinto trasuda la vitalità di un’età che fugge e che non torna più.

 

La natura morta Fiori, Anguria e Picchio ci rende partecipi di una torbita giornata estiva a cui chiunque cercherebbe di resistere rimanendo in casa con i balconi chiusi a mangiare anguria fresca. La stanza è illuminata dal retro, dove una finestra è stata lasciata aperta per far circolare l’aria dal lato in ombra dell’abitazione: questa cornice ci mostra uno scorcio di natura arsa dal sol leone.

Se la luce del sole viene generalmente associata al prosperare della vita, in questo dipinto tale concetto viene ribaltato: l’interno della casa reso con una tavolozza dai colori freddi rappresenta il riparo tanto sperato per il picchio che, in volo, sembra ripararsi nel fresco della dimora, lasciandosi alle spalle il calore soffocante della campagna. I colori accesi delle fette di anguria e dei fiori sul tavolo da pranzo indicano i frutti di una stagione che si avvia alla fine: il picchio, che li oltrepassa, diventa quindi metafora dello scorrere del tempo e delle stagioni, del passaggio dai toni caldi e accesi dell’estate a quelli opachi dei mesi più freschi che le succederanno.

Seguendo il racconto di quest’opera capiamo che l’artista non ci considera come semplici spettatori di una scena di vita di campagna ma ci vuole rendere protagonisti della sua riflessione: siamo soggetti allo scorrere inesorabile di un tempo che scandisce i momenti della natura di cui siamo parte, che ciclicamente nasce per poi lasciarsi morire.

Fiori, Anguria e Picchio - 1956, olio su cartone (cm 50 x 60)
Inverno sul lago di Mantova - 1951, olio su tavola (cm 50 x 60)

Mentre gli uccelli starnazzando si alzano in volo in cerca di luoghi più caldi in cui trascorrere l’inverno e gli uomini si danno da fare nelle grandi costruzioni di cemento, all’orizzonte tutto il resto si è fermato.

I giunchi, una volta di un verde acceso, sono ora secchi, la barchetta, in estate utilizzata per la pesca, è ora abbandonata tra le restanti macchie di vegetazione. Un’aura di mistero avvolge il dipinto: la foschia ci consente di intravedere solo sagome grigie all’orizzonte, dove lunghe scie di fumo nero si perdono nell’aria fredda di questa giornata invernale. Il volo degli uccelli verso una destinazione a noi nascosta allude all’impossibilità nei lunghi anni segnati dalla Guerra, di immaginare il ritorno di una libertà fisica e di pensiero, per molto tempo soffocata, che ora si erge fiera e può viaggiare senza limiti e confini.

Inverno sul Lago di Mantova racconta di una stagione che, al pari di quegli anni che furono i più cupi della storia contemporanea, è un terreno fertile per lo sbocciare di nuove prospettive di vita, prima inimmaginabili, verso le quali magari siamo incerti, ma che inesorabilmente ci attendono.

 

La produzione di Aldo Tavella è un viaggio nella mente e nei luoghi che hanno segnato la crescita dell’artista non solo come uomo ma anche come Poeta. Egli è riuscito, e riesce ancora oggi, ad emozionare coloro che si soffermano davanti alle sue opere, perché la sua è una pittura trasparente che si fa specchio del suo vissuto, e come un libro aperto rende facile allo spettatore l’immedesimazione e l’interpretazione.

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