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Estetica Morse

di Andrea Barda

Avete presente quelle piccole scoperte inaspettate che capitano spesso a tarda notte e che vi rimangono impresse nella mente per giorni? Ecco, qualche settimana fa, girovagando per il web, mi sono imbattuto nella curiosa figura di Samuel Morse.

Morse è passato alla storia per gli studi sulla chimica e l’elettricità che lo hanno portato nel 1837 a brevettare il primo telegrafo elettrico, ma soprattutto per il codice di pause, punti e linee con i quali i messaggi telegrafici vengono trasmessi: per l’appunto, l’alfabeto Morse.
Quello che in pochi sanno però è che la prima e forse più vera vocazione di Morse fu in realtà la pittura: dopo essersi laureato all’università di Yale nel 1810 divenne uno dei protegé del pittore Washington Allston; e più tardi, a New York, contribuì a fondare la National Academy of Design. Nello stesso periodo continuò a dipingere e fu anche insegnante di pittura e scultura alla New York University.
Le ambizioni artistiche di Morse non si esaurirono tra tele e pennelli, ma spaziarono anche tra lenti ed obiettivi: durante gli anni passati a Yale aveva infatti già svolto i suoi primi esperimenti con camere oscure e materiali fotosensibili, studi che riprese molti anni più tardi, di ritorno da un viaggio in Francia, per dedicarsi alla fotografia.

Il 1825 fu un anno decisivo nella vita, anche professionale, di Morse: in quel periodo si trovava a Washington per dipingere un ritratto di Gilbert du Mortier De la Fayette, quando ricevette una lettera da parte del padre che lo informava dello stato di salute precario della moglie. Il messaggio era stato recapitato da un messaggero a cavallo. Morse lasciò incompiuto il ritratto per precipitarsi a casa, ma quando giunse a New Heaven la moglie era già stata sepolta.

Marquis de Lafayette, 1825

Fu questo evento traumatico che lo spinse a ricercare un sistema in grado di permettere una comunicazione veloce anche a lunghe distanze, e possiamo leggere in questo slancio conseguente a un trauma un’affinità con molti altri geni della storia, artisti ma non solo.

Il Ritratto di Susan Walker Morse fu dipinto durante gli anni cruciali dell’invenzione del telegrafo (1835–37): la giovane figlia del pittore è seduta e alza gli occhi in cerca di ispirazione per il disegno che sta realizzando. Tradizionalmente descritta come una Musa, la figura è più probabilmente una personificazione dell’arte del disegno o del design; è evidente l’influenza dei grandi capisaldi della storia dell’arte occidentale, come Rubens e Veronese, che l’autore aveva potuto ammirare dal vivo durante il suo soggiorno in Europa. Quest’opera, esposta per la prima volta nel 1837 alla National Academy of Design, rappresentò l’addio di Morse – di certo ambizioso – alla carriera artistica.

Susan Walker Morse (The Muse), 1836-37

A mio parere, sono proprio le personalità poliedriche come quella di Morse a celare spesso piccoli grandi segreti che, proprio come dei gioielli, sanno rendere un po’ più speciale la realtà che ci circonda. Nel mondo dell’arte il suo alfabeto esercita ancora oggi un profondo fascino concettuale ed estetico: nel tempo è stato infatti fonte d’ispirazione per le opere di svariati artisti contemporanei, che hanno saputo declinarlo e reinterpretarlo.

Un esempio è quello di Cerith Wyn Evans che sfruttando i meccanismi del linguaggio non verbale apre la prospettiva artistica a nuove potenzialità espressive. Nella sua opera “We are in Yucatan and every unpredicted thing”, un elegante lampadario comunica con noi attraverso la grammatica Morse spegnendo ed accendendo in modo spasmodico le sue luci.

Cerith Wyn Evans
We are in Yucatan and every unpredicted thing, 2012-2014 

Uno degli esempi più lampanti dell’utilizzo di questo alfabeto da parte di un artista è la monumentale installazione in ceramica del 2017 di Jasmine Pignatelli. L’opera si intitola “Locating Laterza | Segnali d’Arte” e rappresenta, attraverso il codice Morse, le coordinate geografiche della piccola cittadina pugliese. Pignatelli spiega che la sua opera, al pari di una pietra miliare, ci indica dove siamo, ci offre un punto dal quale ripartire, o uno al quale arrivare.
Non importa se ci troviamo a Milano, Parigi, Roma, New York o magari a Laterza… come disse lo scrittore statunitense Thomas Merton:

“L’arte ci consente di trovare noi stessi e di perdere noi stessi nello stesso momento”.

Jasmine Pignatelli
Locating Laterza | Segnali d’arte, 2017

Sicuramente uno dei casi più inaspettati in cui l’alfabeto Morse si è fuso con il linguaggio artistico è stato quello dell’episodio avvenuto nel 2018 sulle coste catanesi, che vide coinvolta la nave militare Diciotti. L’imbarcazione fu infatti bloccata nel porto siciliano con a bordo decine di migranti impossibilitati allo sbarco, e due artisti, Maria Domenica Rapicavoli, Luca Prete, assieme alla curatrice Katiuscia Pompili, misero in atto in modo rapido e spontaneo un’azione artistica finalizzata a stabilire un contatto con i migranti. Il trio scelse di utilizzare il linguaggio Morse attraverso un’applicazione che traduceva le parole in fasci di luce amplificati grazie ad un telaio. Anche i presenti furono invitati a scrivere un proprio messaggio da inviare ai reclusi.
Nacque così “Morse Action”.
L’idea di utilizzare il codice Morse come linguaggio non fu una scelta casuale: sotto forma di luce o sirena è uno dei codici utilizzati ancora oggi per comunicare in mare; il fascio luminoso inoltre ricorda l’uso del faro come indicatore per i naviganti in pericolo. Non si era certi se qualcuno dei migranti sarebbe riuscito a decifrare il messaggio, ma il valore dato a questa sorta di happening fu di tipo simbolico: presenza e azione furono più importanti della comprensione delle parole.

Morse Action
Happening, 2018

Persino la nota casa di moda Prada ha inserito all’interno della sua campagna pubblicitaria “Linea Rossa” il linguaggio Morse, nella primavera 2020. Il brand dialoga con il suo pubblico consapevolmente, ma in modo celato, con messaggi “segreti” codificati visivamente in ogni immagine. Usato in passato per contenuti strettamente riservati, questo codice ipertecnico è trasformato dalla maison in un raffinato linguaggio pubblicitario.

Se avessimo l’occasione di lanciare un messaggio all’intero universo, cosa diremmo? 
L’artista francese Sophie Usunier riflette nel 2020 proprio sulla comunicazione a distanza: la sua opera intitolata “#TalkingToTheUniverse” è un video in cui propone un utilizzo poetico della luce sfruttando il linguaggio universale del codice Morse.  L’opera è un invito a comunicare utilizzando la luce come segno, come mezzo tramite il quale la voce di ciascuno prende silenziosamente corpo e supera il confinamento fisico ed emotivo imposto dalla pandemia COVID-19. #TalkingToTheUniverse è un gioco domestico con cui Usunier ci sollecita a interagire con i vicini, i passanti e i familiari: un momento di socializzazione e di divertimento per tornare a dialogare con il mondo esterno attraverso un linguaggio globale, che nei suoi quasi due secoli di vita ha saputo superare ogni barriera e ogni lontananza.

Personalmente credo che il potenziale espressivo di questo alfabeto non si limiti ai casi sopracitati, ma si possa ritrovare anche nelle equilibrate forme di Mondrian, nell’estrema sintesi del minimalismo di Judd, nella potenza dei tratti di Rothko e nella disinibita ritmicità di Pollock; e ancora sia profondamente calato nel nostro quotidiano: nelle note di un carillon, nelle luci delle finestre delle case, nei semafori, nei codici QR, nel linguaggio binario, nei clacson delle auto, nei pixel di una fotografia, nei cookies di un sito web, nei codici a barre, nelle strisce pedonali, nel ticchettio di un orologio… 

Il linguaggio di Morse riesce inconsapevolmente a sintetizzare e riflettere l’essenza di un oceano di dati acustici e visivi, digitali ed analogici. Il suoi “pieni” e i suoi “vuoti”, proprio come le colonne sonore minimaliste di Ryoji Ikeda, ci propongono un sublime estetico capace di farci afferrare i contorni della smisurata pioggia di dati che, ogni giorno, invade la nostra realtà. 

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