Mona Hatoum: la storia universale del singolo

Lo scorso anno ho passato qualche mese in Svezia, a Stoccolma, dove, esplorando la città e i musei, mi sono imbattuto in una mostra al Magasin III che ha catturato la mia attenzione. Si tratta di Revisit, una raccolta di opere passate e inedite di Mona Hatoum, artista libanese che mi ha attirato per il linguaggio diretto e incisivo leggibile nelle installazioni esposte e nei frammenti di filmati che mi sono soffermato ad osservare.

La produzione artistica della Hatoum, infatti, è spesso fortemente influenzata dal suo vissuto. Nel 1975, mentre si trovava a Londra, scoppiò la guerra civile in Libano, che le impedì di tornare a casa costringendola ad un improvviso esilio forzato e a trovarsi nella condizione di apolide da un momento all’altro. Da allora vive tra Londra e Berlino ed è diventata una delle artiste contemporanee più importanti. Nella sua carriera ha prodotto opere di diversa tipologia utilizzando molteplici linguaggi come video, installazioni, scultura, performance e fotografia, trattando sovente tematiche legate alla casa, alla memoria, alla perdita e sfruttando molto il contrasto tra il senso di familiarità e lo straniamento. 

Proprio nelle sue composizioni contrastanti, infatti, risiede una delle peculiarità comunicative più interessanti delle sue opere. Anche grazie alla sua esperienza di esilio, Mona Hatoum tratta questioni universalmente valide ed estremamente attuali mettendo in discussione verità e percezioni del mondo consolidate: la prospettiva adottata è prevalentemente quella dell’individuo in relazione alla violenza strutturale istituzionalizzata e all’esercizio del potere.

Complice la delicata situazione che stavamo vivendo e il clima di tensione dovuto ai difficili rapporti tra i paesi scandinavi e la Russia, sentir parlare di guerra è diventato improvvisamente un tema contemporaneo e tangibile nella quotidianità. Ciò ha permesso alle opere della Hatoum di esprimersi in modo decisamente rinnovato e attuale attirando particolarmente la mia attenzione nel visitare la mostra. Proprio pochi giorni prima della mia visita, infatti, alcuni aerei russi avevano sorvolato la capitale svedese dove mi trovavo ed erano state eseguite alcune esercitazioni con le sirene antiaereo per abituare la popolazione al suono e istruirla su come comportarsi.

Alcune delle opere esposte erano nate nel 2009, quando, in contemporanea con la 53esima edizione de La Biennale di Venezia, ha avuto luogo la mostra Interior Landscape all’interno degli spazi espositivi della Fondazione Querini Stampalia. L’artista era stata invitata a confrontarsi con la sede della fondazione allestendo e creando installazioni ex novo dialogando con un luogo dal fortissimo carattere. Il risultato è stato un effetto straniante in cui i lavori esposti portano il visitatore ad uscire dalla semplice contemplazione “a distanza” mescolandosi pienamente con il luogo e cercando di reinterpretarlo raccontando il passato dell’artista.

Questo porta il “Trionfo della Bellezza”, un centrotavola in ceramica esposto nelle sale della fondazione, a diventare fonte d’ispirazione per Witness (2009), opera in cui il Monumento dei Martiri della Place des Martyres a Beirut viene miniaturizzato e reso un soprammobile. Da landmark cittadino di una piazza pubblica ed elemento carico di valore simbolico, la scultura diventa un semplice oggetto con scopo decorativo, evidenziando con ironia come la memoria del passato possa essere troppo facilmente messa da parte in un processo di ridefinizione dei luoghi e di ricostruzione. Il monumento, inoltre, è stato per anni segnato dalle ferite della guerra, caricandolo ulteriormente di un involontario significativo valore simbolico, e l’artista evidenzia anche nella sua replica a scala ridotta come la memoria dei martiri sia stata essa stessa martorizzata nuovamente.

Witness (2009)

Quasi in maniera canzonatoria o beffardamente, dunque, Mona Hatoum si trova a parlare di temi a sé cari evidenziando con ossimori e contrasti le assurdità che si vengono a creare, ma facendo ciò amplifica il suo messaggio universalmente. Essa infatti parla di lontananza da casa e di radici a causa della sua esperienza, ma oggigiorno spesso capita anche a noi di sentirci un po’ più nomadi e sradicati in un mondo in cui spostarsi e trasferirsi è diventata una cosa ordinaria. Le migrazioni e l’instabilità non sono più grandi eventi, e sradicarsi delle proprie origini è qualcosa che i giovani sono abituati a fare fin da subito.

Grater Divider (2002) e Daybed (2008) al Magasin III

Allo stesso modo possiamo guardare altre opere dell’artista, come i celebri ingrandimenti di normali oggetti da cucina caricati di un significato diverso. In Grater Divider (2002), ad esempio, vediamo come essi diventano oggetti violenti e che incutono un certo timore semplicemente cambiando scala e introducendosi nello spazio ancora una volta in maniera contrastante ed estranea. Denunciano la quotidianità della routine e una società in cui la donna deve ancora essere legata alla casa, ma allo stesso tempo, modificando semplicemente le dimensioni, diventano oggetti nuovi, tutti da scoprire e da guardare come se fosse la prima volta. Adottando uno sguardo surrealista non veniamo più pervasi dalla violenza delle lame, ma ci troviamo a dover comprendere l’uso di un oggetto nuovo, e facendo ciò parliamo anche di emancipazione, di femminismo e di indipendenza. La riconoscibilità dell’oggetto ci consente di vederne il lato più irruento e animoso, ma cambiare prospettiva ci permette di allontanarci nuovamente assimilando concetti nuovi e profondi facendoci uscire dall’automatismo della percezione. 

Vediamo dunque come la scelta di oggetti riconoscibili e con un primo significato comune per tutti non sia insolita nella produzione artistica di Mona Hatoum, ma la creazione di contrasti e ossimori è sempre caricata di un secondo piano di lettura che ci invita ad indagare a fondo ciò che stiamo guardando, coinvolgendoci pienamente nell’opera. 

Osservando un’altra delle opere nata a Venezia, ma esposta anche a Stoccolma, possiamo ammirare come la traumatica esperienza della guerra si sia unita alla cultura locale dei mastri vetrai inserendo delle granate di vetro all’interno di una delle antiche vetrine della sala. Nature morte aux granate (2008) infatti addolcisce tramite i colori e il materiale quelli che sono nella realtà strumenti di morte utilizzati nella patria dell’artista. Gli conferisce una fragilità estranea tramite la precarietà del vetro e una vivacità cromatica che rende le granate oggetti decorativi simili alla frutta finta delle nature morte utilizzate per adornare i palazzi.

È interessante notare come questo stesso espediente comunicativo dell’utilizzo di un oggetto simbolo di ostilità addolcito e calato nella vita quotidiana, sia stato utilizzato poche settimane fa da Banksy come denuncia delle atrocità compiute in Ucraina. Tra i vari graffiti rivendicati dall’anonimo street artist, infatti, ne troviamo uno che vede come protagonisti due bambini divertirsi su un Cavallo di Frisia (barriera anticarro utilizzata per rallentare l’avanzata nemica) come fosse un’altalena. Come la Hatoum ricordando il Libano, l’artista inglese usa uno strumento bellico decontestualizzandolo e affidandolo all’innocenza dell’infanzia, per creare un segno della speranza di poter tornare nelle piazze a giocare e non a combattere.

Nature morte aux granate (2008)
Banksy, Untitled (2022)

La Hatoum, dunque, parla spesso di conflitti e scontri, talvolta, come appena visto, cercando di esorcizzarli, mentre altre volte sottolineando la distruzione e il dolore impressi nel territorio colpito. La serie di sculture Bourj, infatti, è costituita da parallelepipedi realizzati con tubi rettangolari in acciaio saldati tra loro a formare uno scheletro simile alla struttura di un edificio a torre. Bourj significa proprio torre in arabo, ma gli elementi che compongono queste opere sono stati tagliati e bruciati, l’aspetto finale è quindi quello di un edificio segnato dalla guerra. 

La denuncia verso i danni e la desolazione provocati dal conflitto è inequivocabile, e ancora una volta la scala aggiunge un ulteriore elemento di riflessione. Le torri sembrano infatti essere non delle riproduzioni, quanto piuttosto dei modellini progettuali pensati per il futuro, quasi ad affermare beffardamente come si stia già pensando ad un futuro in costruzione in cui sono già presenti i segni e le ferite della distruzione.

Queste immagini sono purtroppo tristemente note anche a noi oggi. Mona Hatoum parlava di una guerra per noi lontana nel tempo e nello spazio, ma ora che quotidianamente vediamo gli aggiornamenti di una situazione così simile da spaventarci, non possiamo fare altro che constatare come la devastazione e la fame di morte siano uguali ogni volta. Ancora una volta il messaggio di questa eloquente artista ci parla, senza volerlo, dell’attualità più estrema.

Bourj (2010)

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