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Yayoi Kusama: un riflesso della propria persona

di Filippo Cortese

“I had several notebooks full of hallucinations. Recording them helped to ease the shock and fear of the episodes. That is the origin of my pictures.” – Yayoi Kusama, 2002

Conosciuta per i pois, i dipinti e le stanze dell’infinito, l’artista giapponese Yayoi Kusama (n. 1929) è uno dei personaggi più influenti nel panorama artistico contemporaneo. È complicato descrivere la sua arte separandola completamente dalla sua vita. Sono infatti le sue esperienze quotidiane a porre le basi per la crescita del suo genio artistico.

Nata e cresciuta in Giappone, Kusama non si è mai sentita a suo agio in un paese che restava immobile di fronte ai traumi da lei subìti: fin da ragazza ha sofferto di disturbi legati alla salute mentale, diagnosticati solo successivamente come disturbo ossessivo compulsivo. Il suo arrivo a New York negli anni ‘60 fu il trampolino di lancio verso un futuro libero e inaspettato.  Nel suo libro, Infinity Net: An Autobiography of Yayoi Kusama, l’artista ricorda i momenti difficili affrontati una volta arrivata negli Stati Uniti: un pugno di dollari in tasca, pochi amici e una stanza vuota con nessun arredo. Passava il suo tempo a plasmare opere d’arte, giorno e notte, senza mai fermarsi. Dipingeva su tele, tavoli, pavimenti, e perfino sul proprio corpo. È in questo modo che nacque la serie di dipinti Infinity Nets  – secondo il mio parere, una delle più affascinanti e introspettive create dall’artista.

Yayoi Kusama, Infinity Nets, 1960s ca.

La sua ossessione per la pittura le faceva perdere la cognizione del tempo tanté che a volte si dimenticava pure di mangiare e di dormire. Era come se il processo creativo assorbisse interamente la sua energia, non riusciva a fermare la sua mano dal toccare la tela. Spesso si riferiva a questo processo creativo chiamandolo self-obliteration (obliterazione di sé): il dipinto diventava la sua nuova realtà, in cui si perdeva completamente. Il suo unico obiettivo era dipingere, dipingere, e ancora dipingere. Questo era il modo in cui affrontava i momenti difficili, cambiava la sua visione della realtà e creava le fondamenta per il suo mondo interiore. La sua storia non è stata affatto rosea, ma la sua unica esperienza di vita – composta di sofferenze, delusioni, gioie, ossessioni – è anche la ragione per cui la sua arte oggi parla la lingua della verità. Perché dover per forza attenersi ad una realtà in cui non ci si sente rispettati? Perché non crearne una propria dal nulla? Yayoi Kusama è stata in grado di guardare dentro sé stessa e scoprire la ragione della sua esistenza. Non solo dipingeva su tele, ma anche su corpi: una continuazione, o meglio, un riflesso esterno della sua persona nascosta.

Yayoi Kusama nel suo studio con alcuni dipinti della serie Infinity Nets, New York, 1961

La sua ricerca verso una realizzazione interiore continuò con la cosiddetta obsessional art, che ad oggi include le sue sperimentazioni con i pois – un vero segno distintivo della sua arte – e con le sculture falliche. 

Ricordando l’inizio della sua carriera artistica, Kusama racconta:

“Gli artisti non sono soliti esprimere i loro complessi psicologici in modo diretto, io invece uso i miei complessi e le mie paure come soggetti. […] Li (i dipinti) creo, e li ricreo, fino a quando non mi trovo sepolta nel processo. La chiamo ‘obliterazione’. […] E’ una forma d’arte autentica, il genere più autentico di super-realtà.”

Yayoi Kusama, Infinity Mirror Room—Phallic’s Field, Installation view, Castellane Gallery, New York, 1965

Nel 1966 Yayoi Kusama partecipò alla 33° edizione della Biennale di Venezia; questo fu un momento centrale nella sua carriera. La sua arte stava fiorendo in ogni luogo a New York e il suo nome riecheggiava nei circoli artistici più influenti del mondo, tra cui la comunità artistica Fluxus; non fu quindi una sorpresa quando il suo nome fu aggiunto alla lista degli artisti partecipanti alla Biennale. Nonostante questo, la sua presenza fu a tratti contestata. Infatti, Kusama non ricevette mai l’invito ufficiale: fu lei stessa a chiedere di partecipare contattando direttamente il presidente di quell’edizione. 

A Venezia Kusama portò l’installazione Narcissus Garden. Il nome ricorda il mito Ovidiano di Eco e Narciso, in cui il bellissimo giovane Narciso si trova ad ammirare il suo riflesso nell’acqua di uno stagno e, innamoratosi di quell’immagine, tenta in tutti i modi di avvicinarsi per poterla raggiungere ma nel farlo cade nello stagno e annega. Tuttavia, la fine drammatica del mito non ha nulla a che vedere con l’installazione dell’artista. L’intenzione di Kusama era di mettere in luce l’atto di amore verso sé stessi: guardando direttamente nello specchio delle sfere specchio si vede il proprio riflesso, ed è tramite un’attenta osservazione di sé che si è in grado di vedere cosa ognuno nasconde nella propria interiorità.

L’installazione ambientale consisteva in 1500 pezzi di sfere-specchio di plastica che coprivano una sezione del terreno vicino al Padiglione Italia. L’artista decise di essere presente, in piedi, indossando un kimono dorato. Nel bel mezzo dell’installazione-performance Kusama vendeva ogni sfera-specchio per $2: una parodia della commercializzazione del mondo dell’arte. La performance scioccò talmente le autorità che, appena realizzato ciò che stava succedendo, le vietarono la vendita. Nonostante i problemi, l’installazione fu lasciata aperta al pubblico.Circa 20 anni più tardi, nel 1993, Yayoi Kusama fu ufficialmente chiamata a rappresentare il Giappone alla 45º Biennale di Venezia con una retrospettiva che comprendeva molti dei suoi dipinti della serie Infinity Nets, alcune sculture falliche e altre opere di recente realizzazione. Il capolavoro della mostra era l’installazione Mirror Room (Pumpkin), 1991. Questa volta fu invitata senza dover chiedere nessun permesso.

Anche se con numerose rivisitazioni e repliche, la versione di Narcissus Garden di Venezia rimane quella più elogiata e ricordata. Il motivo? L’artista non era più presente durante le altre versioni. Un’opera d’arte può dire la sua verità da sola, ma a volte gli artisti possono circondarla con un’aura mistica che solo loro possono creare. 

Guardando indietro alla carriera di Yayoi, ci si può chiedere quanto sia intricato il suo labirinto mentale considerando la varietà della sua produzione: un mondo di pois, sculture falliche e Infinity Nets. Yayoi ha fatto della sua lotta la sua più grande forza: un esempio per tutti noi. 

Kusama è nata il 22 marzo 1929. Oggi ha 93 anni. Sta ancora dipingendo le sue paure e le sue ossessioni. Buon compleanno Yayoi.

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