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L’artigianato veneziano (r)esiste ancora: Papuni Art

di Marco Battaglia

Ho conosciuto Ninfa Salerno in un caldo pomeriggio autunnale quando, sostando sulla sommità del Ponte dei Pugni, ho notato l’elegante vetrina della sua gioielleria, uno scrigno affacciato sul piccolo rio di San Barnaba che divide il campo omonimo da quello di Santa Margherita. Con grande gentilezza, dopo aver fatto “do ciacole” Ninfa ha vestito i panni del cicerone e mi ha fatto scoprire le botteghe artigianali tra le intricate calli del sestiere di Dorsoduro, dove perdersi è facile ma non per chi, come lei, è toscano di nascita ma veneziano d’adozione.


Terminati gli studi a Roma, dopo aver collaborato con un atelier parigino nell’amata Francia si stabilisce a Venezia ed apre il suo workshop: nasce in questo modo “Papuni Art”, che continua a vivere da quindici anni per merito della creatività di Ninfa, che si immerge nella materia creando monili armoniosamente colorati, diversi nelle linee e nelle forme ma indossabili e versatili, mai eccessivi.
Ma è meglio lasciar “parlare” la diretta interessata, che ha risposto con grande cortesia ad alcune mie curiosità riguardo la sua arte ed il rapporto con una realtà complessa come quella veneziana, in cui si è attivamente immersa divenendo membro dell’associazione DO.Ve che riunisce le botteghe del sestiere di cui fa parte.

Comincerei da una curiosità riguardante il nome “Papuni Art”. A cosa è legato?
Il nome deriva da Papunya Tula, una comunità di artisti aborigeni dell’Australia centrale sita a 300 chilometri da Alice Springs. La loro pittura viene generalmente considerata “primitiva”, ma ritengo sia molto vicina all’arte contemporanea e, sebbene le mie creazioni non siano direttamente legate alla loro cultura, potrebbe esservi qualche assonanza nella mia predilezione per le linee sinuose e le forme arrotondate chiuse. Inoltre, mediante il logo posso far conoscere questo popolo millenario, con una cultura ed un’arte meravigliose ma tristemente oppresso fin dalla scoperta del “Continente Nuovissimo”: è dunque un modo per omaggiarlo.

In quale modo i suoi studi, e in particolare l’esperienza francese, hanno influito nella creazione dei monili?
In realtà, ancor prima degli studi, è stata la mia educazione a spronarmi verso lo sviluppo dell’immaginazione creativa.  Poi, al termine della carriera universitaria, ho scritto una tesi sulle vetrate artistiche francesi, poiché a quel tempo dipingevo su vetro con una tecnica che ricorda il cloisonné.
Parigi mi ha sempre affascinata per il fermento culturale e artistico dalla seconda metà dell’Ottocento fino alle Avanguardie ma, oltre che per l’arte, ho sempre amato la Francia anche per il modo di vivere, molto più vicino al costume delle grandi metropoli e lontano dal provincialismo di stampo italiano. Tuttavia, crescendo e viaggiando ho modificato il mio giudizio e oggi ritengo che anche la nostra Italia sia meravigliosa e che non abbia nulla da invidiare ad altri Paesi.

Crede che il suo lavoro sia maggiormente vicino al mondo artistico o a quello artigianale?
Il tema richiederebbe un ampio dibattito, poiché dopo il Medioevo la figura dell’artigiano è stata relegata alle arti applicate considerate come di minor importanza rispetto a pittura, scultura e architettura; solo di recente si sta rivalutando questa figura, per merito anche dei grandi marchi della moda che si avvalgono dell’eccellenza dei propri artigiani. Colui che padroneggia la conoscenza della tecnica, la manualità, l’esperienza e la capacità di interpretare i disegni o progetti altrui, possiede una grande professionalità; se poi aggiungiamo l’invenzione e la fantasia, ecco che amerei definirmi una “artigiana creativa”.

Mi vorrei ora focalizzare sul suo rapporto con la città lagunare. Quanto è complesso possedere una bottega artistica a Venezia, città spesso vista come “Disneyland” e sempre più indirizzata verso un turismo di massa con la conseguente apertura di un gran numero di negozi di souvenir standardizzati?
Quando ho aperto la mia bottega nel 2006 volevo realizzare il mio sogno nel cassetto mediante uno spazio che diventasse il mio “piccolo paradiso”.   I miei gioielli occupano una ristretta nicchia di mercato (a inizio anni Duemila il turismo non era ancora tanto invadente) che col tempo è risultata vincente: grazie all’offerta innovativa dei miei monili ho fidelizzato una clientela locale, rivolgendomi con successo anche a visitatori delle Biennali di Arte e di Architettura.

Continuando sulla falsariga della domanda precedente, in che modo l’associazione DO.Ve, di cui fa parte, sostiene le botteghe veneziane nel fronteggiare un mercato complesso e che richiede spesso di “reinventarsi”?
Grazie all’associazione DO.Ve, di cui ero vicepresidente fino ad un anno fa, abbiamo realizzato diversi eventi quali la “Festa dell’autunno”, la “Festa per l’accensione delle luminarie di Natale”, il Carnevale, mostre fotografiche ed anche eventi per i più piccoli, il tutto rigorosamente all’aperto nella zona occidentale di Dorsoduro: ad essere sincera sono stati progetti tanto belli quanto faticosi, ma siamo riusciti a portarli a termine tra l’entusiasmo dei residenti. Purtroppo, il Covid-19 ha disperso molte delle nostre energie, ma ci auguriamo di tornare ad animare questa parte di città al termine di questa pandemia.
Anche il voler aiutare le botteghe in difficoltà era tra i nostri propositi, ma per una associazione a promozione sociale non è facile occuparsi di temi che nemmeno il Comune riesce ad affrontare: far colloquiare pubblico e privato, in mancanza di esplicite leggi a tutela dell’uno e dell’altro, risulta praticamente impossibile.

Ringrazio Ninfa Salerno non solo per la partecipazione a questa breve intervista, ma anche per avermi permesso di conoscere una realtà artigianale che si discosta dalla massa standardizzata di negozi che invadono le calli veneziane. Il mio augurio è che possa mutare la linea di condotta che negli ultimi decenni ha portato ad una sempre maggiore implementazione di attività turistiche di scarsa qualità artistica: botteghe simili a “Papuni Art” devono divenire la regola, non più l’eccezione, superando le logiche di mercato che ad oggi stanno snaturando la città di Venezia.

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