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La metafora Cancian

di Marco Battaglia

Sante Cancian era un trevigiano.

Decido di iniziare con una frase semplice, che ponga subito in evidenza l’origine geografica del pittore; ed il motivo è presto detto: Treviso non solo è la città che diede i natali a Cancian e in cui quest’ultimo trovò la morte nella prima metà del Novecento, ma è anche il leitmotiv della maggior parte delle sue opere.

Si tratta di tele semplici, dirette, che rappresentano spaccati quotidiani del centro storico e della campagna limitrofa, dipinti con un sereno realismo che coglie gli abitanti immersi nelle proprie attività abituali: intenti a fare acquisti al mercato di Piazza del Grano, a bere un caffè seduti in Piazza dei Signori, o ad allestire le attrazioni della Fiera cittadina di San Luca. Tuttavia, non dobbiamo pensare ad un pittore ‘di persone’, poiché il soggetto è sempre e solo uno: Treviso. Ed ecco quindi che Cancian ama più di tutto ritrarre i trevigiani mentre passeggiano per le vie del centro, rendendoli sfondo, invertendo il paradigma che vuole la figura umana catalizzatrice dell’attenzione di chi osserva; è la città protagonista, mostrandosi nelle due facce che tutt’ora la contraddistinguono: un centro storico vivo e dinamico, ricco di attività commerciali, e una campagna pienamente bucolica, placida, in cui la vita pare scorrere più lentamente.

Il legame con le proprie radici non preclude a Cancian un’aspirazione internazionale: i soggiorni a Parigi e, soprattutto, Bruxelles, furono tappe fondamentali nel suo sviluppo artistico, oltre che occasioni di fuga da una realtà provinciale che, pur piacevole, spesso si rivelava un ostacolo per il riconoscimento artistico. Le sue opere sono però lo specchio di un successo che non gli arrise mai del tutto, poiché solo poche vennero ultimate con la stesura delle vivaci tinte di derivazione fiamminga; più spesso, le tele si risolsero in abbozzi, schizzi e disegni, rimanendo confinate nel limbo dell’intenzionalità, un inno al ‘vorrei ma non posso’ a causa dagli innumerevoli problemi economici che attanagliarono la vita del pittore.

Sante Cancian, Autoritratto

Per quale motivo ho scelto di parlare di Sante Cancian? Del resto, è un pittore di nicchia, poco noto, al punto che lo stesso Museo Bailo, pinacoteca che racchiude entro le proprie mura i più grandi artisti novecenteschi trevigiani, possiede in catalogo un unico suo quadro, un autoritratto realizzato ad olio su compensato. Da parte mia non c’è unicamente la volontà di incuriosire circa l’opera dell’artista, che un articolo di poche battute senza dubbio non esaurirebbe; parlo di Cancian poiché in lui mi pare di scorgere una metafora che rappresenta l’arte trevigiana nella sua totalità: un’arte di assoluto valore ma poco conosciuta, non solo a livello nazionale, ma anche da quanti passeggiano gli stessi viali su cui il pennello del pittore amava soffermarsi.

A prescindere dai sentimentalismi, sebbene io sia senza dubbio coinvolto emotivamente parlando della mia città, se mi sbilancio attribuendo un ‘assoluto valore’ alla storia artistica contemporanea di Treviso, è perché qui hanno avuto i natali figure quali Luigi Serena e Arturo Martini; qui ha agito Gino Rossi, ergendo la città a fulcro della sua opera di rinnovamento dell’arte veneta; ed è sempre qui che grandi paesaggisti, quali Vittore Antonio Cargnal e i fratelli Ciardi, hanno trovato ispirazione contemplando una natura incontaminata. Chissà, forse con un po’ più di fortuna critica, anche Cancian avrebbe avuto tra di essi un posto di rilievo.

Arturo Martini, La Pisana, 1933
Beppe Ciardi, Impressione sul Sile, 1911
Beppe Ciardi, Impressione sul Sile
Gino Rossi, Primavera in Bretagna, 1909

Ma mi fermo subito con i nomi, poiché non voglio ridurre l’articolo ad un mero elenco di personalità artistiche eminenti, che senza dubbio annoierebbe la lettura. Eppure, questi ‘nomi’ spesso rimangono confinati nei manuali o nelle sale delle collezioni permanenti, non venendo innalzati a motivo di orgoglio per la cittadinanza. Dunque, la domanda sorge spontanea: perché?

Non penso che la risposta sia da ricercare in un eccesso di modestia, atteggiamento che porterebbe i trevigiani a non fregiarsi dei concittadini che, in passato, hanno manifestato il proprio genio artistico, spesso raffigurando piazze e campi, sampietrini e strade sterrate, botteghe e rustici. Credo, piuttosto, che le ragioni siano soprattutto storiche: i pochi chilometri che ci separano da Venezia, città in cui la storia dell’arte si può respirare ad ogni passo e con cui risulta impossibile competere; il ruolo egemone esercitato storicamente dalla Serenissima nei confronti dell’immediata terraferma, che ha impedito la nascita di una nobiltà degna di nota, favorendo un’inclinazione più semplice e agricola; e come dimenticare il bombardamento del 7 aprile 1944 che ha causato la distruzione del centro storico, costringendo i trevigiani, negli anni successivi, a concentrarsi su aspetti più pragmatici e meno ‘sognatori’, poiché la città che li aveva accolti e protetti richiedeva ora il loro aiuto per essere ricostruita. Queste sono solo alcune delle motivazioni che, alla fine, inibiscono negli abitanti un elevato livello di consapevolezza del proprio passato comune, parte integrante della cultura e dell’identità di ognuno di noi, con la Treviso artistica che viene a trovarsi in una posizione analoga a quella di Sante Cancian: un grande talento dal poco successo.

Il museo Bailo, Treviso (interno)

Ecco allora che l’inaugurazione dell’ampliamento del Museo Civico Bailo, prevista per il prossimo 17 maggio, assume grande importanza per la pinacoteca in sé, che vedrà i propri spazi raddoppiare, potendo in tal modo implementare numerose mostre temporanee; è di estremo rilievo anche per il Comune, che disporrà di una sede museale di primo piano, da affiancare alla storica Santa Caterina. Ma non solo. Quest’evento deve avere valore soprattutto per chi, ogni fine settimana, anima viali e osterie del centro; per chi si siede in riva al Sile, contemplando lo scorrere lento delle sue acque smeraldine; per chi si è scambiato il primo bacio seduto sulle mura cinquecentesche: insomma, per noi trevigiani, innamorati della città. Dobbiamo essere orgogliosi del patrimonio artistico che ci accomuna, elevandolo a motivo di riconoscimento collettivo: allora, apriamo le porte dei nostri musei! Impariamo a osservare l’arte che ci circonda! Traiamo tesoro dall’unico insegnamento di un biennio in cui la smania di vedere mondi nuovi è stata soggiogata da un isolamento forzoso: la valorizzazione delle proprie radici, grazie alle quali possiamo conoscere meglio anche noi stessi.

E a te, che ho avuto l’onore di accompagnare nella lettura, rivolgo un ringraziamento, ma anche un invito: l’invito a spegnere il computer e a recarti nella pinacoteca civica, osservando la tua città con gli occhi di chi l’ha contemplata nei decenni precedenti. In molti casi non troverai, questo è vero, i nomi altisonanti e inflazionati che i maggiori musei europei possono offrire, ma figure dal talento indiscusso, che hanno amato gli stessi luoghi che quotidianamente percorri. E, prestando attenzione, potrai scorgere, nascosti tra artisti dalla grande fortuna critica, anche molti Sante Cancian, che aspettano solo te per essere salvati dall’oblio del dimenticatoio.

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