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Is Minimal Art Really Minimal?

di Filippo Cortese

"Ciò che vedi è ciò che vedi" - Frank Stella

Partendo dalla domanda di apertura, ho voluto prendere in considerazione una serie di ragionamenti con cui mi sono confrontato circa la ragione per cui tale movimento artistico è stato da molti chiamato Arte Minimale, o ABC Art, Object Sculpture, Specific Objects e con molti altri nomi ancora. Prima di iniziare il discorso è fondamentale introdurre, anche in poche parole, la sua descrizione accademica, così da raggiungere un’opinione fondata sul tema in questione.

Il Minimalismo, assieme alla Pop Art, è riconosciuto come uno degli stili di vita più influenti degli anni ‘60: era infatti un modo comune di guardare alla realtà. Nato negli USA, ha avuto una decisiva risonanza nel mondo dell’arte e ha abbracciato, tra i vari artisti, Donald Judd, Robert Morris, Carl Andre, Dan Flavin, Sol LeWitt e altri ancora. L’Arte Minimale si basava su un’estrema geometria dello spazio e tempo, sviluppata attraverso opere d’arte che condividevano, come tratti comuni, la considerazione dell’oggetto come soggetto, la forte semplificazione formale, l’uso di materiali industriali, un freddo e impersonale linguaggio artistico.

L’espressione ‘Arte Minimale’ è apparsa per la prima volta in un saggio del filosofo inglese Richard Wollheim che, in un’edizione del 1965 di Arts Magazine, si riferì ai lavori degli artisti sopracitati come aventi ‘contenuto artistico minimale’. Sebbene fossero semplici rappresentazioni di forme geometriche, per lo più rettangolari, queste opere d’arte erano minimali solo nel loro aspetto esteriore. Il significato che ognuno di questi oggetti nasconde, infatti, va oltre il mero ‘contenuto artistico minimale’. Il processo creativo dei nuovi artisti si focalizzava sul concetto di sostanza piuttosto che di rappresentazione concreta dell’oggetto. Costoro tuttavia si distanziarono enormemente dall’Espressionismo Astratto, dichiarando il ruolo centrale dell’oggetto nella sua presentazione visiva sia nello spazio che nel tempo e portarono l’attenzione sui vari modi nei quali un oggetto tridimensionale modifica lo spazio e su come la sua percezione cambi a seconda della collocazione.

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D. Judd, Untitled, 1967

Robert Morris, ad esempio, con Colonna (1961) si è immerso nell’analisi del rapporto tra ‘spazio-oggetto-soggetto’. Colonna fu ‘indossata’ dall’artista durante una performance al Living Theatre e mostrata per tre minuti e mezzo in posizione sia verticale che orizzontale. Questo apparentemente semplice modo di mostrare al pubblico un’opera d’arte nascondeva un profondo ragionamento: nonostante Colonna cambiasse solo posizione, la percezione che il pubblico aveva di essa mutava. La scultura appariva sottile e leggera in verticale, mentre pesante e massiccia in orizzontale. Robert Morris (1931-2018) ha voluto analizzare un aspetto della realtà sottovalutato il più delle volte: la molteplicità. Quante volte adottiamo una prospettiva univoca, precludendo migliaia di diverse opzioni? Quante volte non riusciamo a ‘vedere’ chiaramente e abbiamo di fronte solo bianco e nero anziché arcobaleno? Con Colonna, Morris ha voluto che il pubblico si fermasse per un secondo e realizzasse come un semplice gesto nello spazio, un cambiamento di posizione, di percezione, influenzasse tutto l’ambiente circostante, modificando interamente il nostro modo di vedere le cose.

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R. Morris, Column, 1961
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R. Morris, Untitled, 1965

Uno dei più affermati precursori dell’Arte Minimale, l’artista Frank Stella, come riportato nel sottotitolo dell’articolo, disse ‘ciò che vedi è ciò che vedi’. Mi piace interpretare queste parole come ‘quello che vedi – ora, in questo preciso momento – è esattamente ciò che vedi’: la realtà cambia in continuazione e quello che identifichiamo con i nostri occhi in un istante è esattamente ciò che la realtà è in quell’esatto momento. E una volta cambiata prospettiva, spostata l’attenzione, la realtà muta e i nostri occhi ne vedono un aspetto diverso.

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F. Stella in his studio during the creation of Black Painting, 1960 ca.

Un altro nome degno di nota è quello di Carl Andre (n. 1935), un artista fortemente influenzato dalle opere di Brancusi, in particolare da Colonna Infinita (1938). In Leva (1966), Andre dispose 137 mattoni industriali in successione sul pavimento di una stanza in occasione della mostra Primary Structures. La scultura site-specific stravolgeva il tradizionale concetto di scultura, al tempo comunemente intesa come un oggetto in posizione verticale e non orizzontale. Leva cambiò drasticamente la percezione dell’osservatore che poteva essere sia propensa ad un orizzonte finito che infinito, a seconda del proprio punto di vista. Da quel momento in avanti, Carl Andre realizzò una serie di ‘sculture-pavimento’ in diversi materiali industriali e forme geometriche, che offrivano un’unica esperienza sensoriale a dipendere dai componenti usati. Da quel momento, l’oggetto scultoreo non si limitava a svilupparsi in verticale, bensì anche in orizzontale.

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C. Brancusi, Infinite Column, 1938
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C. Andre, Lever, 1966

Il Minimalismo ci regala opere d’arte a cui non siamo abituati. I suoi artisti non creeranno mai paesaggi perfettamente dettagliati, né scolpiranno corpi umani vicino al reale: preferiscono sfidare il pubblico, così da metterlo nella posizione di interrogarsi su ciò che ha davanti a sè. Una colonna? Una corda? Quale potrebbe essere il significato di quei mattoni? La risposta non ha importanza, non esiste un’univoca soluzione alla spiegazione di un’opera. Ciò che conta è il impegnarsi nel guardare con occhi diversi.

Ciò che mi ha fatto mettere in discussione la ragione per cui quest’arte è definita minimale è il significato intrinseco di tali lavori: qualcosa che, una volta compreso appieno, va oltre il mero concetto di minimalismo. Pur comprendendo che l’estetica minimale di queste opere possa essere ragione per tale definizione – non essendo dettagliate né dipinte con colori vivaci e brillanti – non riesco a non chiedermi se effettivamente quest’arte sia da considerare minimale in tutto e per tutto. Non c’è nulla di limitato nel cambiare prospettiva, nel modificare il proprio punto di vista. Ed è vero che attraverso la semplicità si forma la complessità, ma a mio parere, chiamare l’arte di Carl Andre, di Morris o di Judd ‘minimale’ equivale a scegliere la strada ‘facile’ anziché la ‘difficile’.

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