Le sculture di Novello Finotti, trasformazioni a cavallo tra sogno, incubo e realtà

La peculiarità fondamentale delle sculture di Finotti è il loro metamorfismo, ogni cosa può diventare qualcos’altro: un cuore può diventare un pugno, delle dita possono diventare degli uccelli, un finocchio un cuore. Questo appare molto più chiaro in opere come Omaggio a Shakespeare (1980 – 1984), esposta per la prima volta alla XLI edizione della Biennale di Venezia. Qui il gioco tra i due amanti Romeo e Giulietta si trasforma in un ammasso confusionario di oggetti accavallati l’uno sull’altro: cuscini, pali e sacchi sono mischiati con membra umane.

Omaggio a Shakespeare, 1984, XLI Biennale di Venezia
Altare pagano, 1966

Il suo realismo visionario lo porta così ad ottenere sculture volutamente complesse e fantastiche, collocate in una dimensione senza tempo, dove il sogno si incontra con la realtà, l’ironia con il dramma e il passato con il futuro.

Questa sua caratteristica emerge già agli inizi degli anni Sessanta, prima del suo grande esordio avvenuto alla XXXIII edizione della Biennale di Venezia nel 1966, quando Finotti era ancora un artista semi sconosciuto, da poco diplomato all’Accademia di Belle Arti della città di Verona, sua città natale. Giorgio Soavi, scrittore e amico dell’artista, racconta come una sera avrebbe mostrato a lui ed altri conoscenti all’interno del suo studio in sant’Anastasia un blocco scultoreo, ora andato perduto, in cui il desiderio di figurazione si univa già a quello di rottura e di trasformazione delle figure.

Talvolta alcune sue sculture suggeriscono un legame con il surrealismo; non a caso opere come Macchina del tempo (1966), Altare pagano (1966) e Immagine dissepolta (1966), esposte alla Biennale del 1966, avevano suscitato l’interesse del pittore surrealista A. Vallmitjana.

 

 

 

In altri casi questa sua vena formale è portata all’estremo, dando vita a unioni innaturali tra oggetti e corpi, che sembrano inquietare lo spettatore piuttosto che estraniarlo. In Mano Uccelli (1967) o Per un rituale (1969) l’insieme di oggetti diventa disturbante e fastidioso; nel primo caso delle dite umane si trasformano in teste d’uccello tranciando la simmetria dell’opera. L’orrore della scena è poi sottolineato dalla scelta del materiale utilizzato, il bronzo, che aumenta la crudezza della metamorfosi

La dimensione magica e irreale delle opere di Finotti è poi aumentata molte volte dal suo virtuosismo scultoreo, capace di trasformare una materia come il marmo bianco in una superficie quasi trasparente, aggiungendo al metamorfismo formale quello materico.

 

Mano Uccelli, 1967

Le sue opere, apparentemente prive di significato, cercano di indagare i problemi dell’uomo contemporaneo, i suoi traumi e i suoi amori, in una dimensione di perenne trasformazione. Esempi visibili di questo è Mantide (1977), in cui una figura umana è trasformata attraverso una posa contorta nell’insetto. Nella prima Finotti si dimostra così un artista sfaccettato, capace di trasformare le ansie dell’uomo moderno in rappresentazioni poetiche sospese tra reale e irreale.

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